Body & Embodiment
Mentre osservo il mio corpo che cambia in ogni sua fase della sua sapiente femminilità, mi avvolgo nei pensieri sulla definizione di cosa rappresenti davvero per me questo “corpo”. Sono abituata a vedermi nel movimento, a sentirmi nella danza delle mani, nei cerchi dei fianchi e nella geometria dei passi ma prima di tutto questo, o forse direi nel mentre questo esiste, c’è una struttura fatta di ossa, muscoli, cartilagine, pelle, linfa che scorre nelle vene, un’entità oggettiva che naturalmente “è”.
Eppure quando mi guardo in quello specchio vedo che c’è altro, c’è un io soggettivo oltre la forma del mio contorno visibile che si esprime tramite le movenze, le smorfie e gli sguardi e che riflettono i miei pensieri e le mie emozioni in quell’istante. In questo gioco di interscambio tra il vedere e il sentire sto già effettuando un parziale “embodiment”.
Adoro questo termine inglese perchè al suo interno contiene le parole “body” = corpo, “mens” = mente e “em” = dentro ad indicare un percorso esperenziale olistico dove, attraverso il corpo e la mente, ci si fonde con il contesto circostante per poi riemergere ogni volta con maggiore consapevolezza di presenza di sè. E a questo proposito cito qui un estratto dalla mia recente tesi intitolata “ Trance e Trascendenza: Danze devozionali e di guarigione nell’ottica sciamanica” in cui tratto questo argomento.
“Nella filosofia Vedānta, una delle principali tradizioni filosofiche e spirituali dell’India formatasi nell’ VIII secolo a.C. e sviluppatasi pienamente fino al XIII secolo d.C., il concetto di embodiment viene affrontato in relazione alle definizioni dell’“individuo” e del “tutto”, il Braham. Nel momento in cui la coscienza prende forma in un corpo-mente, essa viene vista come “individuo” separato che attraverso il processo di embodiment emerge dal tutto.
Dunque l’incarnazione o l’identificazione, per usare due termini in italiano, è apparenza e non una nascita reale, una erronea visione del Braham frammentato.
“Tat tvam asi”: Tu sei Quello (Chāndogya Upaniṣad 6.8.7, ca 800 – 600 a.C.)
“Quello” qui indica il tutto, il tat, il principio assoluto; tvam è l’individuo, il sé incarnato; Asi, significa “sei”.
E dunque per tornare ai giorni nostri, il processo di embodiment è proprio quel viaggio verso la consapevolezza che noi siamo parte di un tutto, che il contesto che ci circonda siamo noi stessi e che l’essere individuo non può prescindere da questo.
[…] questa ricerca della “non separazione” è denominatore comune di alcune forme di preghiera o danze o rituali di guarigione in cui il corpo si fonde nella coscienza universale, l’esperienza divina o estatica per distaccarsi dalla sua stessa presenza fisica, dai difetti dell’ego e liberarsi anche solo per qualche momento nella piena consapevolezza del tutto.”
E dunque il movimento come liberazione, brama di staccarsi dal tutto o semplicemente come necessità di rilasciare emozioni latenti dentro di noi da troppo tempo. Tendiamo a vivere nei nostri corpi come fossimo intrappolati in gabbie: giudizi, retaggi culturali, imposizioni religiose, stereotipi di bellezza, tendenze.. questi per citare alcuni dei fattori che decidono come devono essere i corpi che abitiamo.
E dunque ritornando a me davanti allo specchio, oggi riesco a vedere oltre ed osservo in ogni forma, linea sulla pelle e ruga di espressione, l’insieme delle esperienze che ho vissuto con consapevolezza fino ad ora nel mio continuo percorso di embodiment.
Cosa vedi tu quando ti guardi allo specchio?
Nel prossimo post, parlerò di corpo e mito.





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